Questo post necessita di una colonna sonora. Non può essere che Daughter dei Pearl Jam ...
Detto questo, impostato lo stereo, ora vi racconto di questa avventura dolomitica condivisa con il mio amico Andrea.
Ho deciso di portarmi Corradino, e le sue avventure narrate in "Quattro soli a motore" di Nicola Pezzoli, a quota 3000 metri, cogliendo l'invito contagioso dell' Alligatore in questo suo post.
La splendida cornice dolomitica è quella del Monte Cristallo, nelle dolomiti Ampezzane, lungo la ferrata Dibona, che ha del magnifico: agganciato in quota riesci ad avere una panoramica a 360 gradi tutt'attorno, arrivando fino a penetrare lo sguardo oltre il confine, verso le montagne austriache. Mozzafiato, il tetto più alto in cui io sia mai stata, il mio tetto del mondo!
Una ferrata ad alta quota rimane uno scenario pauroso per molte persone; i limiti con cui ci si scontra sono molti: le vertigini, il fiato che manca, l'equilibrio, la capacità di riconoscere e sfidare le proprie forze, l'istinto di sopravvivenza, il sudore, il freddo. E' per questo che ho portato Corradino con me, perchè lui di paure ne ha affrontate molte, e così apertamente e spontaneamente che sono diventate le mie mentre leggevo la sua storia. Negli occhi di un ragazzino certe cose appaiono crude e vere, palesi, dolorose e reali. Gli occhi di un ragazzino non sono appannati e ricordano quelli che tutti noi abbiamo avuto, occhi di cui abbiamo dimenticato l'uso crescendo e diventando adulti, smarrendo quella genuinità che è il contrassegno di tutti i bambini, ma che rimane la chiave per non farsi prendere in giro, per non diventare vittime dei meccanismi della società.
Mi sono centellinata le pagine e assaporata una scrittura divertente, nuova, creativa e stimolante, che ha reso molto bene il contesto e la vita di Corradino. Bravo a Nicola Pezzoli, Zio Scriba, complimenti ai tuoi occhi e ai tuoi sensi, alla tua sensibilità immensa.
A tal proposito, uno dei miei pezzi preferiti di Quattro soli a motore, che ho sottolineato e riletto e riletto...
a pag. 232 ...
"Anche quando mi fui abituato alle tenebre, a farmi da occhio erano le mani e tutto il resto del corpo, ogni recettore tattile, ogni terminazione nervosa. Pensai allo zio cieco. Per salire dalle scale al buio, dentro una casa sconosciuta, devi dilatare te stesso fino a divenire misura del tutto, radar dell'ignoto, sonar dell'inconosciuto. Pensai a quanto mi avrebbe fatto comodo essere l'Uomo Invisibile, e avrei voluto che l'involucro delle scale, quella loro coltre d'oscurità così densa e protettiva durasse di più. Ma fui ben presto al primo piano."
Buona estate e buona lettura... io continuerò a portarmi Quattro soli a motore in qua e in là ... ;)
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